Nel 2016, solo il 2,76% dei bandi per lavori, forniture e servizi sono finiti davanti al Tar
Se l’Italia è il Paese-lumaca negli appalti pubblici non è colpa dei ricorsi al Tar.
Lo rivela un dossier del centro studi della Giustizia amministrativa, che ha incrociato i propri dati sul contenzioso con quelli dell’Anac. Il risultato è, per certi versi, sorprendente: nel 2016, solo il 2,76% dei bandi per lavori, forniture e servizi sono finiti davanti al Tar, con un aumento dello 0,1% rispetto al 2015. Le percentuali crescono, sfiorando il 14%, però, per i contratti da un milione di euro in su. Quanto alla ripartizione geografica, quasi il 40% dei ricorsi si concentra a Roma, Milano e Napoli: nel 2016 su 3.329 ricorsi 568 sono stati a Roma, 320 a Napoli e 297 a Milano.
Altro capitolo sono le sospensive accolte dai Tar: sui 3.329 ricorsi presentati nel 2016 le sospensive sono state 849, il 29%. Lo studio calcola come effetto bloccante la quota di appalti che hanno avuto ordinanza di sospensione sul totale delle gare bandite, attestando questo valore allo 0,7%. In sostanza solo 7 gare su mille sono state bloccate da una sospensiva del Tar. Se si considerano anche le decisioni del Consiglio Stato, in appello si è arrivati allo 0,81% nel 2016. Per gli appalti superiori a 1 milione di euro le ordinanze sospensive sono state 418 su 11.554 bandi (3,6%).
E allora? Dove risiede il problema? Alcuni osservatori fanno notare che, spesso, le pubbliche amministrazioni procedono con l’autosospensione dell’appalto, ignorando la decisione sulla sospensiva. I Rup preferiscono attendere il merito merito, lasciando l’appalto fermo in un cassetto, per non incorrere in eventuali citazioni alla Corte dei conti per danno erariale.