Ogni 3 aziende c’è un dipendente “fantasma”
La Fondazione Studi dei Consulenti del lavoro ha rielaborato i dati del 2017, primo anno di attività dell’Ispettorato nazionale del lavoro, relativi al lavoro sommerso. È stato così possibile stimare il numero di lavoratori “in nero” presenti in Italia e gli oneri previdenziali e fiscali sottratti alle casse dello Stato. In base a questa proiezione, almeno 1,5 milioni di lavoratori sono completamente in nero a fronte di 5,7 milioni di aziende attive sul territorio nazionale, anche se si registra una tendenziale riduzione di circa 200mila unità. Il fenomeno è rilevante, poiché ogni tre aziende ispezionate dall’INL si riscontra un lavoratore “in nero”. L’evasione fiscale e previdenziale per il sommerso, stima la Fondazione, è enorme e si attesta, ogni anno, attorno a 20 miliardi di euro.
I dati dell’Ispettorato nazionale
Nel corso 2017 sono state 160.347 le aziende ispezionate dall’INL. Di queste, quelle risultate con qualche forma di irregolarità per almeno un rapporto di lavoro sono state 103.498, vale a dire il 64,54%. Il dato è in aumento al 2016 grazie al miglioramento delle tecniche ispettive e della conoscenza del territorio da parte dei servizi ispettivi.
Le irregolarità possono riguardare 3 fattori:
- forme di elusione previdenziale, assicurativa e fiscale per mancato assoggettamento a Inps, Inail e Irpef di parte della retribuzione corrisposta;
- lavoro parzialmente sommerso: rapporti avvianti in part-time che, invece, risultano a tempo pieno;
- lavoro completamente sommerso: il cosiddetto “lavoro nero”.
Gli effetti della legge sul caporalato
Se si analizza solo il lavoro nero, nel 2017 sono stati 48.073 i lavoratori sconosciuti all’Agenzia delle entrate, all’Inps e all’Inail; vale a dire, circa un lavoratore per ogni 3 aziende ispezionate. Molto interessante risultano i risultati ottenuti dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro applicando l’appesantito quadro sanzionatorio penale in materia di caporalato. Nello specifico, nel 2017 si registrano il deferimento di 94 persone all’autorità giudiziaria, delle quali 31 in stato di arresto, e l’individuazione di 387 lavoratori vittime di sfruttamento. E il 2018 si presenta con dati relativi ancor più incoraggianti. Per quanto riguarda infatti il primo semestre dell’anno in corso , si registrano il deferimento di 60 persone, delle quali uno in stato di arresto e 47 in stato di libertà, e l’individuazione di 396 lavoratori coinvolti.
La stima del lavoro nero in Italia
In Italia sono presenti nel settore privato (compreso il settore agricolo) circa 5,7 milioni di aziende attive. Rielaborando i precedenti dati ispettivi forniti dall’Ispettorato, nel 2017 il numero di aziende con qualche forma di irregolarità dovrebbe attestarsi attorno a circa 3,7 milioni. Circoscrivendo l’analisi al lavoro sommerso, le ispezioni svolte hanno fatto emergere 48.073 lavoratori in nero a fronte di 160.347 aziende ispezionate. Sulla base di queste informazioni, è possibile presuntivamente stimare che i lavoratori “in nero” in Italia sul totale delle aziende attive, nel 2017 è di 1 milione e 538 mila unità. Negli ultimi due anni (2016 e 2015) il dato è tendenzialmente in diminuzione di circa 200 mila unità. Tuttavia, l’entità stimata dei lavoratori che ancora lavorano in nero in Italia è ancora significativa e tra le più alte in Europa.
Il mancato gettito per lo Stato
A fronte di una stima di lavoro nero pari a 1,5 milioni di lavoratori, l’importo sottratto alle casse dello Stato si attesta sui 20 miliardi di euro. In media, ogni anno un dipendente lavora per 245 giornate e la retribuzione media giornaliera è pari a 84,53 euro, al netto di trattamenti retributivi variabili. Considerando il mancato assoggettamento a Inps, Inail e Irpef, il gettito sottratto allo Stato, per il solo 2017, è stimato in 20 miliardi e 60 milioni di euro. A questo va aggiunto che i lavoratori “fantasma” sono privi di tutele per malattia, maternità, assegni per il nucleo familiare, infortuni sul lavoro, pensione.
Titti Smaldone