Assunzioni isolate e sporadiche: manca una legge e un percorso formativo chiaro
Sono già centinaia in Italia. Ma ancora pochi quelli impiegati con il ruolo specifico. Colpa della mancanza di una legge che regoli questa professione innovativa, di un percorso formativo chiaro e di una barriera culturale che loro stessi dovrebbero contribuire ad abbattere. I disability manager stentano a farsi strada: eppure, di un responsabile in materia di disabilità se ne sente davvero il bisogno.
Il disability management nel mondo
A livello globale, l’approccio al disability management è nato alla fine degli anni Ottanta all’interno di diverse discipline e si è diffuso solo in alcuni Paesi, quali il Canada, gli Stati uniti e nel Nord Europa, al servizio della grande industria, finalizzato all’integrazione lavorativa della persona con disabilità. In altri, come Cina, Giappone e Francia, è stato preso in considerazione solo di recente. In Italia, la figura del disability manager è stata introdotta, nel 2009, dal “Libro bianco su accessibilità e mobilità urbana”, frutto del lavoro tra il Comune di Parma, il Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali e le associazioni di categoria. Nelle linee guida, il tavolo tecnico proponeva agli enti locali di introdurre il manager nelle città al di sopra dei 50mila abitanti e di individuare nei Comuni più piccoli un dipendente cui attribuire questa funzione. Nel 2013, lo si ritrova nel primo Piano di azione nazionale disabilità, redatto dall’OND (Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità).
Chi è e cosa fa il disability manager
Secondo la Società italiana disability manager (SIDiMa), più che una professione, la gestione della disabilità è una competenza che si aggiunge a una professionalità già esistente; un orientamento che si focalizza sulle persone con disabilità e sulla loro valorizzazione, al fine di accoglierle e gestirne i bisogni. In termini operativi, spesso è definito un “facilitatore”, con il compito di immaginare soluzioni che sostengano e amplifichino l’autonomia dei disabili nelle diverse sfere della vita quotidiana, diffondendo una cultura senza pregiudizi e priva di sentimenti discriminatori. A seconda del contesto in cui opera, il fine del disability manager è di favorire l’accessibilità urbanistica, la mobilità, la fruizione dei servizi sociosanitari, l’inclusione scolastica, lavorativa, l’informazione, mediante il superamento degli ostacoli culturali, fisici e immateriali all’interno di un’organizzazione o di un territorio. Centrale è la collaborazione con altre risorse interne, come il responsabile della sicurezza, e il dialogo con interlocutori esterni: servizi sociali, centri per l’impiego, scuole.
Come si diventa disability manager
Al netto delle raccomandazioni contenute nel Libro bianco e dei buoni propositi del Piano disabilità, non esiste alcuna norma o regolamento che abbia istituito la figura del disability manager a livello nazionale. Alcuni enti pubblici, come presidi ospedalieri e Comuni, e aziende private hanno comunque deciso di inserire questo profilo all’interno della loro pianta organica. Si tratta, tuttavia, di casi isolati e sporadici, dettati più dalla sensibilità che da un effettivo mandato. Dal 2009 ad oggi, SIDiMa promuove corsi di perfezionamento post-laurea a Milano; iniziative formative simili si segnalano in altre città, ma il vuoto legislativo resta. E l’associazione sta lavorando per ottenere l’approvazione di una legge che regoli questa nuova competenza, puntando a una omogeneità nazionale.
Gli sbocchi lavorativi
Il disability manager deve avere una propria autonomia, una concreta capacità d’azione e un budget a disposizione, altrimenti il rischio di svilire il/la professionista e di strumentalizzarne il ruolo è altissimo. In futuro, il suo impiego sarà necessario per attuare gli impegni che l’Italia ha assunto ratificando la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (Legge 18/2009). Tanto nelle pubbliche amministrazioni quanto nelle aziende, il disability manager potrebbe rivelarsi molto utile per agevolare, con un approccio trasversale, la relazione tra l’organizzazione e la persona con disabilità.
Claudio Lombardi